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Nel 1999 ha scritto insieme al fondatore dei Momix, Moses Pendleton, il
libro-intervista Salto di gravità (Olivares).
Ha curato la pubblicazione di Ressurga da la tumba di Pietro Andrea de' Bassi (1986) e del Frasario essenziale (per passare inosservati in società) di Ennio Flaiano (con Vanni Scheiwiller, 1986).
“La notte che si sposta – Gianfranco Ferroni” (2002). Presentato alla 59° Mostra Internazionale d’Arte di Venezia, è un film che intende accompagnare lo spettatore nella ricostruzione del processo di rarefazione dello sguardo che caratterizza la ricerca espressiva di questo artista: le stanze vuote del suo studio, la polvere sedimentata dal tempo, gli scorci di luce, il balenare di un senso ipotetico nella totale assenza, il buio che si squarcia. Un percorso in quell’apparente caos che per Ferroni stesso era una “percezione di perfezione”.
“Fantasmi di voce – Antonio Stagnoli” (2003). Commissionato dal gallerista Arialdo Ceribelli, un film che ricrea l’atmosfera espressionista dell’opera di Stagnoli, pittore sordomuto di Bagolino: il senso di immedicabile fatica e dolore che traspare dalle sue chine, dalle matite, gli oli, i pastelli, le incisioni viene riproposto dalla macchina da presa, con un’attenzione ossessiva per le metamorfosi della materia. Quello di Stagnoli è un regno oscuro, un buio dell’anima profonda delle cose, e quest’anima egli la cerca e trova nell’orizzonte limitato dei volti, dei gesti, delle posture di uomini e donne semplici, contadini della sua terra. Contadini mitici che, come gli animali, appartengono al Regno delle Madri.
“La luce della ragione” (2004). Il film, commissionato dall’Istituto Regionale Ville Venete, si presenta come una trasfigurazione poetica della realtà oggettiva. La lentezza letargica della macchina da presa restituisce il mistero incolmabile delle ville palladiane, e l’oggetto si riflette nelle lenti di una guida, Vittorio Sgarbi, a cui è dovuto il commento che si fa nel momento stesso del cammino filmico, quasi che l’immagine scaturisse direttamente dalla sua stessa voce. Il filtro rosso domina su tutto, e grazie a esso il bianco e nero naturale delle ville emerge nel suo potere accecante, come una nuova epifania.
“Notte senza fine – Amore tradimento incesto” (2004). Interpretato da Anna Bonaiuto, Laura Morante, Galatea Ranzi, Toni Servillo, e distribuito dall’Istituto Luce, è un esempio di “cinema/teatro di parole”. Le parole sono quelle tratte dai testi di Tahar Ben Jelloun, Amin Maalouf e Hanif Kureishi. E’ un lavoro che attraverso un sistema di studiatissimi primi piani e uno sfondo che vede la luce come emergenza da un buio quasi primordiale, consente alle voci/figure narranti di porre in tutta la loro drammaticità i classici, infiniti temi dell’amore nel suo confrontarsi con la morte, della gelosia ossessiva, del rapporto ambiguo tra un padre e una figlia. Un’immobilità filmica voluta lascia aperto un varco ai mille fiumi delle parole umane.
“Tresigallo. Dove il marmo è zucchero” (2006). Il film, basato su una sceneggiatura di Diego Marani, è una riscoperta del paese dell’infanzia di Marani. Un capolavoro dell’architettura razionalista: strade diritte, piazze tonde, portici illuminati dal sole, una geometria che pare irreale e forse proprio per questo si apre alle suggestioni di una sacralità antica, popolare, che si riverbera poi sui visi degli abitanti, così come delle cose inanimate. E misterioso diviene allora anche pedalare in bicicletta, immersi nel silenzio troppo forte di una campagna la cui fisionomia pura si sta forse perdendo.
“Apparizioni. Mathias Gruenewald” (2006). Un film incentrato sulla celebre Pala dell’Altare di Isenheim, ora nel Museo di Unterlinden a Colmar. L’opera, destinata in origine a sollecitare la fede e la devozione dei monaci e dei sofferenti, riemerge nel suo splendore espressivo e nella sua forza estetica e concettuale grazie al baluginare di una torcia che passo dopo passo svela come fosse la prima volta i dettagli e l’insieme di questo capolavoro: il Cristo martoriato, la Madonna con gli occhi chiusi, protetta dal suo stesso dolore oltreumano, i mostri che tentano Sant’Antonio. Un polittico della fede e delle sue vie per un’esperienza visiva totale.
“Le nozze nascoste o La Primavera di Sandro Botticelli” (2007). Ispirato a un saggio del professor Giovanni Reale e avvolto dalle luci di Elio Bisignani e dalla musica di Roberto Cacciapaglia, il film è una lettura lirico-evocativa dei simboli che le figure svelano e insieme occultano: la Sapienza, l’Eloquenza. Un velo viene sovrapposto al quadro, che ne risulta animato di nuova vita, e un turbine di petali, bianchi, gialli e rossi, giunge a coronare la visione, a trasformarla in una visione allegorica che crea un quadro, e anzi nuove forme all’interno del quadro di partenza: a dire la molteplicità irriducibile dei livelli di lettura.
“Il pianto della statua” (2007). Commissionato dalla Regione Emilia Romagna, il film, dedicato ai Compianti, grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale, dà voce e corpo a un cinema basato sull’idea della metamorfosi, in cui le statue di Niccolò dell’Arca, di Guido Mazzoni e di Antonio Begarelli, illuminate dalla macchina da presa, divengono statue d’acqua, statue vive, attori di un cinema notturno, dove il dolore sacro viene espresso appunto dalla loro liquidità, dal loro mutare e scorrere come fa l’acqua, simbolo primordiale delle lacrime e quindi dello stesso dolore. I testi che accompagnano il film, nati dalla capacità di identificazione di importanti cineasti mondiali come Michail Cimino e George Romero, e di scrittori di diversa provenienza come Vittorio Sgarbi, Antonio Scurati, Diego Marani, Pino Roveredo e Lucrezia Lerro, sanciscono quel legame fra arte, cinema e letteratura che le voci tese fino quasi alla rottura di Anna Bonaiuto e Toni Servillo ritraducono e riconvertono poi in puro teatro vivente.
“Belle di notte” (2008). Un temporale provoca una sospensione nell’erogazione della luce elettrica durante una visita di Vittorio Sgarbi e del regista Luciano Emmer alla collezione di via dell’Anima, a Roma. Il film è tutto concentrato sulla torcia che illumina a tratti e scorci i capolavori della collezione, e sulle voci della coppia di “pellegrini” che si addentrano nei misteri delle opere di Jacopo da Valenza, Pietro Liberi, Ignazio Stern, Alessandro Tiarini. Un viaggio notturno, un sogno a occhi aperti, nella “buità” (come l’ha definita Emmer) che diventa insostituibile occasione per “vedere” veramente l’arte.
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